IL PARTO E LA CURA DEL NEONATO TRA I KULUNGE RAI DEL NEPAL

È durata circa tre mesi la spedizione di ricerca antropologica patrocinata dal progetto per le Scienze umane di Everest-K2-CNR che ha portato me e i miei compagni in Nepal, nel villaggio di Gudel a circa duemila metri di altitudine per conoscere la cultura dei Kulunge Rai, uno dei gruppi etnici nepalesi che, a causa del marcato isolamento geografico, è riuscito a conservare una propria distintiva identità culturale. La disponibilità delle persone con cui ho avuto modo di parlare, e il parto di una ragazza avvenuto proprio durante la mia permanenza al villaggio, ci ha permesso di scoprire e di conoscere tradizioni e riti della cultura di questo popolo riguardo la gravidanza e la nascita.

I Kulunge Rai sono un popolo di lingua tibeto-birmana, d’allevatori e agricoltori che vivono le valli himalayane nell’estremo oriente del Nepal.

La tradizione religiosa e culturale dei Kulunge Rai trae origine e ispirazione da una narrazione mitologica, chiamata in lingua nepali mundhum, tramandata oralmente. Il mito spiega l’origine delle divinità e degli antenati dei Kulunge, ma fissa e stabilisce  anche regole e consuetudini cui i discendenti si attengono tuttora sia per quanto concerne la vita religiosa, sia per quanto riguarda la vita quotidiana, compreso il delicato momento della nascita. Tra i vari episodi mitici narrati nel mundhum, si legge la vicenda di Ninamridum, madre prototipica, sposa del dio Paruhang, il pianeta Giove.

“Quando Ninamridum partorì, nacquero dapprima i Due-tipi-di-piante-spinose con cui si fabbricano i percussori dei tamburi sciamanici. Seguirono poi il Cordone ombelicale e la Placenta e Tutti-i-generi-di-insetti. Fu poi la volta della Tigre, dell’Orso, della Scimmia, fino ad arrivare al Primo Uomo il cui nome era Tumno. I figli di Ninamridum potevano nascere indistintamente da ogni parte del corpo della madre. Soltanto dopo che venne alla luce Tumno si cominciò a partorire per via uterina. Quando il dio Paruhang seppe della nascita dei suoi figli, ordinò che ciascuno di essi si dirigesse verso il luogo che era più consono alla propria natura. Fu così che le Piante spinose presero posto insieme agli altri animali in foresta. Il Cordone ombelicale e la Placenta vennero appesi ad un albero. Tumno, che appena nato venne posto in un giaciglio di foglie, fu l’unico figlio di Ninamridum che ricevette l’ordine di rimanere presso la madre affinché essa potesse prendersene cura.”[1]

Il mito ci presenta, dunque, la figura di una madre primordiale generatrice non solo del Primo Uomo, ma anche di tutte le specie viventi che popolano la Terra. Il riferimento alla figura di Ninamridum è costante anche tra i Kulunge di oggi: vedremo infatti, come alcuni gesti compiuti dalla Grande Madre Ninamridum vengano tuttora riproposti e perpetuati nella tradizione di questo popolo.

Presso i Kulunge Rai, le donne in generale partoriscono in casa. Al villaggio di Gudel, ove si sono svolte la maggior parte delle nostre ricerche, da quattro anni esiste un piccolo e poco attrezzato ambulatorio, dotato anche di una “sala parto”, che presta assistenza alle partorienti. Tuttavia, è ancora forte la diffidenza nei confronti dell’istituzione sanitaria e le donne preferiscono partorire in casa, ricorrendo al medico solo in casi estremi.

L’abitazione tipica Kulunge Rai si sviluppa su due piani: il primo in terra battuta dove si svolge la maggior parte della vita quotidiana della famiglia, e un secondo piano adibito a ripostiglio e a dispensa per le provviste. Al pianterreno trovano posto le stuoie dove sedersi e dormire, i due altari dedicati agli spiriti antenati e alle divinità ancestrali, e il focolare, sede delle divinità protettrici della casa.

Ciò che è interessante è l’organizzazione simbolica dello spazio interno dell’abitazione. Questa si regge primariamente sui concetti di “alto” (N.: mathi) e “basso” (N.: tala) cui è data un’accezione particolare.  Al concetto di “alto”, infatti, i Kulunge Rai associano costantemente l’idea delle vette himalayane e delle sorgenti dei fiumi, luoghi da dove si crede provengano benessere e prosperità. Per cui tutto ciò che rientra nella categoria di “alto” ha, per i Kulunge, un’accezione fortemente positiva. Come suo opposto e contradditorio, il concetto di “basso”, invece, è investito di un significato negativo, perciò è associato a circostanze comunque infauste. L’abitazione tradizionale Kulunge riflette questa concezione.

Il pianterreno è simbolicamente diviso in due settori: la parte orientata verso la montagna è considerata “alta” e sacra perché ospita gli altari dedicati alle divinità ancestrali e protettrici della casa. Viceversa, la parte orientata verso il fondovalle è considerata “bassa”. Inoltre, gli spazi della casa Kulunge sono divisi in maschile e femminile. Sebbene la parte “alta” o “bassa” non corrisponda necessariamente con quella maschile o femminile, tuttavia esiste la costante tendenza ad associare il settore maschile alla zona “alta”  e quello femminile alla parte “bassa”.

Al momento del parto, dunque, la donna può scegliere il luogo all’interno dell’abitazione dove preferisce stare, il posto più riservato e sicuro, ma le si fa divieto assoluto di sistemarsi nella parte “alta”.

Per consuetudine, durante il travaglio e al momento della nascita, in casa possono stare la madre della partoriente, le sue sorelle (N.: didi; bahini) e amiche, ma assolutamente è vietata la presenza del padre della donna, dei fratelli (N.: daju; bahi) e naturalmente di qualunque altra persona di sesso maschile, fatta eccezione per il marito. Il momento del parto potremmo chiamarlo, dunque, “un affare di donne” dal quale è esclusa qualunque presenza maschile oltre a quella del padre del nascituro. Il ruolo di quest’unico uomo presente è comunque molto attivo. A raccontarcelo è Chaturman, un giovane del villaggio che ha aiutato la moglie in tutti e tre i suoi parti: “Cercavo di aiutarla. Lei soffriva molto. Mia moglie ha sofferto molto. Anche se chiami la nurse lei non può fare nulla. Fa molto male.” Chaturman e la moglie hanno tre bambini di nove, sette e cinque anni. Hanno fatto tutto da soli e con l’aiuto di alcune amiche di lei.

Aiutata dal marito, la donna sceglie la posizione che le è più comoda per partorire: può appendersi con le braccia ad una trave del soffitto, oppure accucciarsi, stare seduta sui talloni, in piedi con il busto piegato in avanti. Chaturman ci ha raccontato di essersi seduto dietro la moglie, e tenendola tra le gambe, di aver spinto sotto lo sterno per aiutare il neonato a venire alla luce.

Appena nato il bambino viene posto, per prima cosa, in un giaciglio di paglia e frasche, esattamente come la madre mitica Ninamridum fece con il figlio Tumno. La paglia, inoltre, si presta a essere cambiata in fretta nel caso il neonato perda molto sangue in seguito al taglio del cordone ombelicale.

Una volta che la puerpera espelle anche la secondina, placenta e cordone ombelicale vengono posti all’interno di un contenitore di bambù. Non possono assolutamente essere toccati, pena il sopraggiungere di gravi malattie per madre e figlio, perciò ci si serve di pinze di legno. Il contenitore con dentro la placenta e il cordone ombelicale viene dunque appeso ad un albero. Anche in questo gesto vediamo il riferimento al mito. Cordone ombelicale e placenta, figli di Ninamridum, trovarono la loro sistemazione tra i rami di un albero, in un luogo intermedio che non è il villaggio, ma neanche la foresta, obbedendo ad una diffusa concezione per la quale cordone ombelicale e placenta hanno uno status quasi di alter ego del neonato. Una natura, quindi, ambigua sita in un luogo interposto che non è lo spazio sociale del congresso umano, ma neppure l’ambito selvatico della foresta.

Al momento del parto e subito dopo, la donna, come in tante altre culture, vive una situazione di eccezione. Questo stato dura per circa quattro o cinque giorni. In questo periodo le è fatto divieto di avere contatti con il focolare, sede delle divinità protettrici della casa. Non può assolutamente cucinare, per cui alla cottura del cibo provvederà una sorella o la cognata. Inoltre non può venire a contatto con gli altari e, naturalmente, con tutta la parte “alta” dell’abitazione. Se, poi, ha piacere di trascorrere un po’ di tempo all’aria aperta, non potrà uscire dall’aia antistante la casa e verranno alzate delle stuoie per proteggere lei e il neonato alla vista di altri. Il venir meno a queste regole determinerebbe uno stato di malattia per madre e figlio.

Questa condizione di eccezione viene risolta attraverso l’officio di un rituale, il Birimpham, grazie al quale la donna può nuovamente riprendere la sua vita normale e il neonato è ufficialmente aggregato al nucleo familiare e al corpo sociale.

Generalmente, l’officio del rituale è affidato al capofamiglia. I corpi della madre e del bambino vengono dapprima cosparsi di terra nera e, successivamente ripuliti con l’aiuto di frasche e foglie verdi. Per tutta la durata del rito è importante che la testa del bambino sia tenuta sollevata. Ciò, nella tradizione Kulunge si crede serva a farlo crescere sano, forte e sicuro. Il rito si conclude con il sacrificio di un pollo per ringraziare le divinità. Da questo momento il neonato è accolto nella comunità. Adesso, alloggerà in una culla di fibra vegetale che sarà il suo giaciglio finché non sarà abbastanza grande da dormire sulla stuoia con la madre e i fratelli.

La culla viene costruita dal padre. Può essere passata di figlio in figlio, ma secondo regole ben precise, cioè solo tra figli dello stesso sesso. Infatti, una culla costruita per il primogenito maschio (N.: jeta) potrà essere usata di nuovo nel caso di un secondogenito maschio, mai per una bambina (N.: nani), per la quale se si tratta di primogenita (N.: jeti) occorrerà approntare un’altra culla che a sua volta sarà riutilizzata solo per un’altra femmina.

I bambini, si sa, sono più fragili e delicati. Si ammalano più facilmente degli adulti, e, più facilmente di questi possono essere vittime delle aggressioni di tutta una schiera di entità magiche che, secondo la tradizione Kulunge, potrebbero nuocere gravemente. Per proteggerlo dall’attacco di demoni, streghe (N.: boksi) e spiriti dei morti (N.: bhut-pret), viene posto al collo del bambino un fagottino, birim, che è un vero e proprio antidoto contro le aggressioni maligne. Il birim si porta al collo fino all’età di circa sette anni, poi si ripone. A volte si vede al collo di adulti gravemente ammalati, anche in questo caso con funzioni protettrici ed esorcistiche. Inoltre, un sottile filo di cotone viene legato intorno alla vita del bambino, intorno ai polsi e alle caviglie con lo scopo di proteggere il piccolo da malattie che potrebbero colpirlo agli arti o all’addome. In realtà, le protezioni magiche iniziano già con la gravidanza. Non è raro, infatti, che siano recitati mantra e preghiere sul pancione della donna per augurarle un parto senza complicazioni e proteggere lei e il nascituro da interventi maligni che potrebbero approfittare di un momento così delicato.

La presenza di un piccolo ambulatorio al villaggio ha un po’ cambiato le cose. Adesso, se una donna ha delle complicazioni durante o successive al parto, può rivolgersi ai due medici presenti, trovando l’assistenza e i medicinali necessari. In Nepal le donne muoiono ancora oggi di parto e sono numerosissime. L’apertura di centri sanitari come questo ha sicuramente permesso di salvare molte di loro da emorragie e gravissime infezioni che erano, e sono ancora, causa di numerosi decessi.

Tuttavia, come ho già detto in precedenza, la diffidenza è ancora un grosso scoglio da superare. Il nostro amico Chaturman per esempio dice: “Per noi sono necessari sia lo sciamano sia il medico sia la nurse. Lo sciamano aiuta il neonato in caso di streghe e spiriti maligni. Se il bambino nella pancia ha una posizione sbagliata in questo momento c’è bisogno della nurse, ma anche dello sciamano e degli dei. Ma se il neonato muore entro quindici giorni dalla nascita diventa un demone e, in quel caso, per mandarlo via ci vuole uno sciamano. La nurse non serve. Per vivere sono necessari entrambi.”

Il pensiero di Chaturman è interprete di un sentire comune tra i Kulunge Rai.

La forte identità culturale di questo popolo fa si che tradizioni e credenze radicate continuino a vivere e perpetuarsi pur accogliendo elementi nuovi come, in questo caso, la medicina occidentale e “ufficiale”.

La cultura dei Kulunge Rai non è qualcosa d’impermeabile e immobile. Essa si presta anche all’assimilazione armonica del nuovo nel rispetto e nel mantenimento della tradizione.

 

Pubblicato in D&D n. 33: Il bambino prima e dopo la nascita



[1]  La versione del mundhum è stata raccolta dal dott. Martino Nicoletti presso il villaggio Kulunge  di Gudel in una precedente missione sul campo ed è tratta da:  M. Nicoletti, La foresta ancestrale. Memoria, spazio e rito tra i Kulunge Rai del Nepal, FrancoAngeli, Milano 1999, pp. 45-50.

I sensi fetali: 12, non 5! Una nuova proposta

David B. Chamberlain, Ph.D

Traduzione Di Lisetta Rafanelli

La riflessione di David Chamberlain sull’evoluzione delle conoscenze in merito alla sensorialità fetale è molto interessante. Egli afferma che durante la maggior parte del XX secolo gli scienziati avevano messo in dubbio la presenza del funzionamento dei sensi durante la vita fetale.

Il tatto era considerato un “riflesso”, l’udito era ritenuto gravemente “inumidito” (se non “annegato”) nell’ambiente liquido del grembo materno; la vista era considerata primitiva nella migliore delle ipotesi, prima bloccata dalle palpebre chiuse, e poi distorta dentro l’acqua, e l’olfatto era stato giudicato “impossibile” in assenza di aria.

Commenta che entro la fine del secolo, tuttavia, gli esperti hanno raggiunto un unanime consenso sul fatto che potrebbero essere presenti in utero tatto, udito e gusto, ma che, ciononostante, considerando l’immaturità del cervello in utero, lo scetticismo è rimasto su come, alle informazioni sensoriali, potrebbe essere dato un significato concreto.

Ricorda che nel 1988 si trovava nella piccola minoranza di scienziati che ha trovato le prove per i cinque sensi significativi per la nascita e commenta che, sebbene l’idea dei 5 sensi umani risalga al Rinascimento, si pensi oggi che questo numero sia una dubbia semplificazione.

Il numero corretto, alcuni suggeriscono, è compreso tra 5 e 17 (ad esempio, Rivlin & Gravelle, 1984, Deciphering the Senses: The Expanding World of Human Perception).

Incoraggiato da questa valutazione, riesaminando le prove sperimentali e cliniche (comprese le esperienze riportate dai suoi clienti) propone che ci sono almeno dodici sensi, che già operano in utero.

In breve, questa è la lista di dodici, riportata ed estratta da “Communicating with the Mind of a Prenate” in JOPPPAH 18(2), 99-100, 2003.

(1) Il tatto (compresi sia il ricevere il tocco che toccare) è il primo senso a svilupparsi.

(2) La rilevazione termica del caldo e del freddo è reale, ma di solito trascurata.

(3) Il rilevamento del dolore (oggi chiamato nocicezione) implica frantumazione e danno ai nervi. La realtà di questa esperienza è stata tragicamente trascurata nella creazione di protocolli di ostetricia e neonatologia.

(4) L’udito comincia già a 14 settimane dopo il concepimento, poi migliora costantemente con l’arrivo delle risorse cocleari e la crescita integrale dell’orecchio esterno.

(5) L’equilibrio e l’orientamento nello spazio si sviluppa dalla settimana 7 a 12.

(6) I recettori dell’olfatto operano in stretta collaborazione con i recettori del

(7) Gusto in quanto entrambi sono bagnate dal liquido amniotico che passa attraverso l’area nasale.

(8) L’esplorazione con la bocca è utilizzata per analizzare la consistenza, durezza, e i contorni degli oggetti; in questo senso non ha il significato di mangiare o di  nutrizione.

(9) Succhiare e Leccare nel grembo materno sono sensi di piacere bocca – correlato. La suzione delle dita delle mani e dei piedi non è nutritiva. La suzione del pollice nel maschio, come già visto alla 13° settimana, è spesso associata con erezioni, suggerendo sensazioni sessuali. L’Ecografia rivela che i bambini in utero leccano la placenta e che due gemelli si leccano, a suggerire il piacere di contatto fisico.

(10) La vista in utero è paradossale, perché limitata dalla fusione delle palpebre per circa sei mesi, tuttavia sembra essere funzionale in grado di colpire obiettivi come aghi durante l’amniocentesi a 14 a 16 settimane di età. Una qualche forma di visibilità sembra facilitare i gemelli nel boxare, calciare, baciare, e giocare insieme nel grembo materno.

(11) Anche se i bambini in utero non sono mai stati riconosciuti per i loro sensi psichici, essi fanno dimostrare almeno la chiaroveggenza e il rilevamento telepatico e di sintonia con i genitori, se sono vicini o lontani, sanno se sono voluti o no, e discernono la disposizione emotiva, e il carattere di chi li circonda.

(12) Infine, i bambini in utero dimostrano anche un rilevamento trascendente come riportano in esperienze fuori – dal – corpo e in esperienze di pre-morte. Quando sono fuori – dal – corpo, per esempio, i sensi non dovrebbero funzionare sia per i bambini che per gli adulti, ma lo fanno. Negli stati trascendenti, i sensi, anche se immaturi, funzionano bene e gli eventi vengono memorizzati nella memoria – come può essere dimostrato anni più tardi.

Chamberlain conclude che, contrariamente alla credenza popolare e scientifica, i bambini vivono nel grembo materno con un ricco spettro di sensi.

*Tratto da “Communicating with the Mind of a Prenate” in JOPPPAH 18(2), 99-100, 2003

 

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