IL RE E’ NUDO

IL RE E’ NUDO

Il falso mito della sicurezza dell’ospedale per il parto normale

Di Verena Schmid

 Attenti, si nasce!!!

L’adrenalina schizza in alto, numerosi personaggi entrano in scena, incitamenti come sul ring del box confondono la madre che sta tentando di spingere fuori da sé il suo bambino, spesso distesa sulla schiena, esposta agli sguardi di tanti, impossibilitata a seguire il suo corpo.

Tra spintoni e tiraggi esce il bambino, applausi – e la platea si svuota, il bambino sparisce. Rimane una donna svuotata e sola sul suo lettino da parto.

Un parto naturale, esultano gli addetti ai lavori!

Silenzio, nasce un bambino!

Le luci si spengono, la donna, sostenuta dal suo partner, si accoccola a terra in un angolino che sente protetto e intimo e respira fuori il suo bambino, assecondando le spontanee spinte a onde del suo utero. Presente è solo l’ostetrica che vigila e assiste. Il bambino scivola fuori e viene accolto subito dalla madre sorretta dal padre. Il silenzio accoglie le prime espressioni vocali del bambino, che non sempre sono il pianto, le voci materne e paterne lo rassicurano e accolgono. Esplode la gioia, spesso accompagnata da una risata liberatoria. L’ostetrica rimane vigile e tiene fuori chi non c’entra niente con la scena.

Un parto normale, fisiologico, senza punti esclamativi.

Due scenari possibili ovunque!

Nella nostra cultura si è erroneamente affermato il concetto che l’ospedale sia il luogo più sicuro per partorire. Nel percorso storico dell’ospedalizzazione del parto, iniziato alla fine dell’ottocento e affermatosi in modo massiccio negli anni ’50-’60 del secolo scorso, inizialmente l’ospedale è stato vissuto come luogo pericoloso, dove si moriva di più, questo in una società comunque povera, con condizioni di vita spesso disumane, con famiglie molto numerose dove le tragedie non mancavano. Progressivamente l’ospedalizzazione si è integrata con lo sviluppo sociale assumendone il modello (l’industrializzazione), fino a diventare la normalità. Dopo gli anni ’50 del secolo scorso, con la disponibilità degli antibiotici, dell’analgesia e con l’affermazione di un nuovo concetto di igiene gli ospedali diventano più sicuri, ma non più sicuri del parto a domicilio. Da sempre si moriva di meno nei reparti di sole ostetriche rispetto a quelli condotti da medici e nel parto a domicilio (A. Rich, G. Cosmacini, M. Tew, M. Sbisà e altri) e questa è una verità scomoda per il modello medico.

Negli anni trenta/quaranta, circa la metà delle nascite avvengono in ospedale. Progressivamente l’ospedale viene percepito come luogo più sicuro, pulito, egualitario, che abolisce, o almeno riduce fortemente le differenze di classe. Inoltre l’assistenza è gratuita. Quindi andare in ospedale viene percepito come un diritto, un segno di progresso. Con la sua assetticità l’ospedale offre anche protezione dagli aspetti difficili del partorire: la sofferenza, l’imbarazzo sessuale, le emozioni forti, la paura della morte, l’esposizione della pena ai famigliari ecc.. (G. Cosmacini 1990). Il rapido progresso delle tecnologie, l’industrializzazione, il crescente benessere sociale fanno credere che l’ospedale possa rendere il parto più facile e rapido. Infatti, l’ospedale associa un buon parto a un parto veloce e indolore. Introduce sistematicamente interventi di accelerazione del travaglio e di analgesia farmacologica. Il camice bianco diventa sinonimo di autorità indiscussa e di promessa di miracoli.

La logica della produzione industriale entra anche nelle maternità. Il bambino diventa il prodotto sociale, la madre un mero contenitore. Il medico viene associato con il nuovo, il progresso, mentre le levatrici, poi ostetriche, ricordano i tempi bui delle famiglie numerose, delle nascite senza risorse, della povertà e delle deprivazioni.

Intanto ancora la mortalità materna e infantile rimane più alta negli ospedali che a domicilio. Fino ad oggi non ci sono evidenze per sostenere che il parto in ospedale sia più sicuro di quello in casa (M. Wagner). Marjorie Tew nel suo libro “Safer childbirth?” (Tew, 1998), statistiche alla mano dimostra chiaramente che l’ospedalizzazione del parto in sé non ha contribuito ad abbassare la mortalità perinatale e materna. Ma indubbiamente ha contribuito a ridurre e curare determinate patologie, migliorandone gli esiti, mentre dall’altra parte ha aumentato la mortalità in altre situazioni per eccesso di intervento. Il miglioramento della sopravvivenza di madri e bambini è multifattoriale: culturale, economico, sociale, politico e infine anche medico/sanitario, ma soprattutto dipende da un miglioramento socioeconomico, una migliore alimentazione, una maggiore cura delle gravidanze e dal controllo della fertilità. Ottimizzando questi fattori, dice la Tew, molte complicanze ostetriche gravi non si manifesteranno e molte altre minori possono essere affrontate con un livello di assistenza a bassa tecnologia.

Quest’analisi storica è in accordo con i dati degli sviluppi più recenti: è stato visto che la tecnologia ostetrica non ha migliorato gli esiti in vita e salute di madri e bambini negli ultimi 40 anni, anzi, la mortalità materna sta riaumentando a causa dei troppo numerosi cesarei, altrettanto la morbilità materna e infantile. In particolare, il monitoraggio continuo (CTG), dato come elemento di sicurezza, e l’alto numero di tagli cesarei non hanno migliorato gli esiti.

La “tecnologia” che, secondo le ricerche, riesce veramente a produrre esiti migliori, risulta essere la continuità di assistenza da parte di un ostetrica e l’assistenza one to one (uno a uno, Hodnett et al 2012)). Anche l’OMS oggi raccomanda un basso livello tecnologico di assistenza. I migliori risultati in esiti positivi per le donne sane si ottengono nel parto a domicilio, nelle case maternità e nei centri nascita ospedalieri a conduzione dell’ostetrica.

Il modello medico è focalizzato sul rischio. E’ la scienza della malattia. Quindi interpreta gravidanza e parto come potenzialmente rischiosi. Si concentra su una diagnosi volta a trovare quello che non va. Con questo sguardo, anche fenomeni transitori o sintomo di fasi di adattamento vengono interpretati come patologie e, di conseguenza trattate con terapie mediche, che hanno tutte dei potenziali effetti collaterali.

In presenza di malattia i rischi delle terapie mediche sono inferiori ai benefici, in presenza di salute sono superiori ai benefici. In particolare, quando l’intervento medico è generalizzato, estendendosi alla popolazione sana, in un certo numero di donne e bambini tali effetti collaterali si manifesteranno in termini di complicazioni (M. Enkin).

La prospettiva in cui si pone il modello medico è sempre la peggiore delle possibilità.

Cos’ha prodotto questo orientamento?

  • Una forte paura nelle donne e negli operatori, con relativi fenomeni di stress
  • Un iper-interventismo medico su donne e bambini sani o potenzialmente sani!
  • Un forte aumento di gravidanza dichiarate patologiche (diabete gravidico, cervicometria ridotta, difetti di accrescimento fetale, malattie ipertensive, minaccia di parto prematuro ecc.), che vengono terapizzate, ma che potenzialmente potrebbero essere ricondotte alla salute con un sostegno non medico che favorisce i processi di adattamento e attiva le risorse
  • Un forte aumento di induzioni e accelerazioni del travaglio con farmaci che possono provocare la rottura d’utero nel peggiore dei casi e con la nascita di bambini immaturi e stressati
  • Un forte aumento dell’uso di droghe e altri farmaci durante il travaglio che riducono la reattività materna e possono inibire i riflessi sani nel neonato con eventuali conseguenze a lungo termine
  • Un forte aumento di tagli cesarei senza indicazioni vere. L’OMS indica per i paesi industrializzati un tetto massimo del 10 %, non del 15% come viene argomentato. Il 15% riguardai paesi non industrializzati. Marsden Wagner, epidemiologo dell’OMS dice che oltre il 7% dei cesarei non c’è un miglioramento degli esiti per madre e bambino. Questo significa che il 30% delle donne italiane, 1 su 3, dove la media dei TC è del 37%, subisce un cesareo innecessario.
  • L’inibizione degli ormoni sessuali e del bonding, prodotti durante un parto fisiologico e di tutte le dinamiche fisiologiche che sono risorse anche per il dopo parto (Buckley 2012)
  • La separazione tra madre e bambino, sia a livello fisico, che biologico/ormonale, che affettivo/relazionale che minaccia l’attaccamento sicuro del bambino.
  • Un vissuto traumatico delle donne della loro esperienza di parto con un forte aumento delle depressioni post partum, in particolare delle donne che hanno scelto il “parto indolore”con epidurale (Leap 2010).
  • L’estromissione del padre dall’esperienza del travaglio e della nascita, il ferimento delle sue competenze attive nel sostegno della donna con conseguenze sulla relazione con sé stesso e di coppia
  • Difficoltà nell’allattamento e nel puerperio

In pratica, la grande promessa di sicurezza e di parto indolore del modello medico/rituale ha creato molta paura del parto, ha creato malattia, patologia e malessere, ha reso le donne incapaci di partorire, ha creato un tabù sul parto simile a quello esistente sulle esperienze dell’abuso.

IL RE E’ NUDO!

Il modello medico è fallito nella sua promessa di sicurezza e assenza di sofferenza! I ricchi e costosi vestiti del modello medico/rituale sono solo illusione!

E’ sotto gli occhi di tutti, ma solo un bambino, nella sua libertà interiore sa dirlo! Il “bambino” è l’intuizione profonda delle donne. E’ dentro il suo sé profondo, dove abita anche il suo bambino, che lo percepisce. Ma non ha spazio sociale, specchio esterno del suo sapere e quindi difficilmente si sente autorizzata a esprimersi.

 

Il modello medico/rituale e il modello medico/scientifico

Il modello oggi dominante è il modello medico/rituale, in cui molti interventi vengono eseguiti di routine, sono standardizzati, protocollati, come se tutte le donne del mondo fossero esattamente uguali. Il tipo di interventi non è determinato dalla ricerca scientifica, anzi spesso è in netto contrasto, ma da abitudini, protocolli, necessità istituzionali, ragioni medico legali, difensive, culturali, rituali, politiche (Wagner 1998). Non hanno fini terapeutici, ma fini di controllo sulla donna, sul bambino. La donna quindi, da soggetto, diventa oggetto. Scavalcando la donna stessa, che è emittente consapevole di segni, la sicurezza viene ulteriormente ridotta. Il modello medico/rituale non dà spazio all’individualità della donna, alle sue scelte e alle sue competenze. Non tollera le espressioni di libertà personale e femminile e mette in atto delle repressioni, quando si manifestano sia nelle donne che nelle operatrici. Questo bisogno di ipercontrollo nasce da un senso di impotenza di fronte al fatto che gravidanza e parto non sono eventi controllabili.

Alcuni esempi di pratiche mediche rituali che non sono sostenute dalla ricerca (Enkin et al 2000/2013):

  • L’ecografia di routine
  • La cervicometria
  • La curva da carico di routine
  • Il monitoraggio continuo (il tracciato)
  • Il tracciato di ammissione in ospedale
  • L’induzione del parto prima della 42esima settimana
  • La rottura artificiale delle membrane
  • L’episiotomia di routine
  • La manovra di Kristeller
  • La posizione supina per il periodo espulsivo
  • La spinta in apnea
  • Il taglio precoce del cordone
  • Il secondamento attivo ecc.

 

Quale può essere il ruolo produttivo del modello medico? I vestiti del RE?

Se vogliamo confezionare un nuovo vestito al RE NUDO, fatto di stoffa vera, dobbiamo rifarci al concetto di appropriatezza. L’appropriatezza, ovvero l’eseguire un intervento solo su un’indicazione specifica, appartiene al modello medico/scientifico, ma anche ai modelli integrati. Il modello medico/scientifico opera in base ai dati emergenti delle ricerche e orienta l’assistenza in tale senso. Pur essendo sempre nella prospettiva del rischio, in quanto modello medico, ha assimilato i dati chiari provenienti dalle ricerche, cioè che l’eccesso di interventi risulta dannoso, che gli interventi senza indicazioni, inutili, possono creare delle complicanze multiple e che l’assistenza migliore per una donna sana è quella di base di un’ostetrica con modalità di continuità.

Naturalmente il medico, le cure mediche, la struttura sanitaria sono preziosissime nella malattia, nella patologia, nell’emergenza, nella terapia, cioè in tutte quelle situazioni che richiedono effettivamente cure mediche. Ma, nel caso della gravidanza e del parto, questo dovrebbe riguardare solo il 10/15% delle donne. Idealmente il modello medico/scientifico potrebbe offrire assistenza e cura nella patologia ostetrica quando si manifesta, nel rispetto della donna e accettando i limiti naturali che la vita stessa pone nel momento del suo rinnovarsi, ricoprendo un ruolo di consulenza rispetto all’ostetrica che si fa carico delle gravidanze e dei parti delle donne sane.

Ma questo modello trova ancora pochissimo spazio nelle nostre istituzioni.

Il modello salutogenico o di salutofisiologia

Se gravidanza, parto sono salute, il modello di assistenza più appropriato è il modello di salutofisiologia (Schmid 2007), un modello che si basa sul creare salute. Questo modello va oltre il modello medico, ponendosi in una prospettiva opposta: focalizza sui segni di benessere, su tutto quello che va bene, sulle risorse di donna e bambino e sugli strumenti non medici per attivare e ottimizzare tali risorse in modo da mantenere la salute. Crea quindi fiducia nelle proprie possibilità.

Cura l’adattamento ai costanti cambiamenti che il percorso maternità impone. Nello specifico cura l’adattamento fisico, ottimizzando le dinamiche dei sistemi fisiologici – ormonali, neurovegetativi, feto-placentari (PNEI) e l’adattamento psicosociale sostenendo il coping di donna, bambino, padre, famiglia (Salutogenesi) (V. Schmid 2007).

Opera una valutazione circolare dove mette a confronto i segni di salute, le risorse disponibili, i bisogni, i segni di attenzione, i dati delle ricerche, il sapere della fisiologia, le intuizioni della donna in una prospettiva che si proietta verso la migliore delle possibilità.

Traduce quindi i dati a volte sterili e lineari della ricerca scientifica, i rischi teorici, astratti in una valutazione personalizzata della situazione individuale della donna, coinvolgendola pienamente nello stesso processo di valutazione e decisione assistenziale. Opera tramite un piano di assistenza personalizzato, con responsabilità condivisa, quindi al di là di protocolli standardizzati, pur tenendo conto delle linee guida, ma solo come uno dei fattori da includere nella valutazione circolare. Usa le risorse mediche solo su indicazione specifica o per scelta della donna.

Questo modello è attuabile solo mettendo la donna, il bambino, la famiglia al centro del processo assistenziale, in una relazione simmetrica, quindi non autoritaria. Di fatto è un modello che va oltre gli aspetti medico/sanitari di gravidanza e parto e confluisce nel modello biopsicosociale della maternità.

I suoi capisaldi operativi, che permettono di tradurlo in pratica ostetrica, sono quelli del modello della midwifery: La continuità dell’assistenza, la scelta informata della donna, la donna al centro dell’assistenza, l’assistenza personalizzata.

Peccato che la rappresentanza istituzionale delle ostetriche (FNCO) inibisce proprio questo modello imponendo il lavoro standardizzato e da protocolli medici! Anche loro si fanno abbagliare dai vestiti esibiti dal RE.

Tutti i modelli assistenziali fin qui descritti sono indipendenti dal luogo del parto, si manifestano, intrecciano e attuano sia in luoghi intra- che extraospedalieri. E’ la consapevolezza del singolo operatore che si colloca e lo attua.

 

Proviamo ora a confrontare il RE NUDO con due esempi: il parto extraospedaliero e il VBAC (parto vaginale dopo cesareo).

 

L’ESEMPIO DEL PARTO IN CASA O IN CASA MATERNITA’

“Ma è sicuro? E se succede qualcosa?”

Questo è la prima reazione generalizzata all’argomento.

I ginecologi del modello medico/rituale sostengono che “ in Italia per il parto a casa mancano regole e certezze”come dice il loro rappresentante Dott. P. Scollo, presidente della SIGO (Società italiana di ginecologia e ostetricia). Infatti il Dott. Scollo si preoccupa della “sicurezza della paziente e del medico”, paziente=donna malata, medico = medicina difensiva e ignora l’esistenza e il ruolo dell’ostetrica. Lui, il Dott. Salvo di Grazia (le scienze blog) e i loro colleghi allineati, o in generale gli operatori e le operatrici che agiscono nel modello medico/rituale evocano come fantasmi il ritorno al passato, l’imprevedibilità del parto, il parto come emergenza, la mancanza di controllo sulla donna, alti numeri di trasferimento ecc. Usano come alibi contro il parto a domicilio situazioni inesistenti di altri paesi, dove sostengono che, non solo ci sia un’ambulanza sotto casa di ogni donna che partorisce, ma addirittura un centro di assistenza mobile (sempre P. Scollo)! Sarebbero migliaia di ambulanze parcheggiate per un giorno o più, immobili e inutilizzate!!! Un totale nonsense!

La loro voce esprime il paradigma del controllo sulla donna. In modo obsoleto si basa su resistenze, pregiudizi, timori, tabù, immagini di arretratezza sul parto a domicilio, quando invece quest’ultimo si è evoluto come forma di assistenza moderna ed efficace.

Alessandra Puppo commenta così l’articolo di Di Grazia su “le scienze blog”: .. Il problema è che tutte quelle critiche (al parto extraospedaliero) evidenziano un’incapacità di evolversi da un modello (quello ospedaliero italiano) che negli ultimi decenni ha fatto pochi passi avanti ed ha mostrato molte criticità, mentre invece il resto del mondo sperimenta, studia, valuta vantaggi e svantaggi dei vari modelli assistenziali, mettendoli a confronto e portando conclusioni critiche basate su metodi rigorosamente scientifici (altro che ritorno al passato!). E queste conclusioni ci dicono che non sempre l’ospedale è la soluzione migliore, anzi. Finalmente una parte della medicina ha raggiunto un grado di maturità tale da saper anche fare autocritica, arrivando ad ammettere che, per paradosso, in alcuni casi il miglior intervento che possiamo fare è astenerci.

Il modello medico/scientifico invece sostiene, con qualche cautela la possibilità per le donne che non hanno patologie conclamate, di poter scegliere liberamente il luogo e le modalità del parto, così come lo sostiene l’OMS, la corte dei diritti europei, e ultimamente viene raccomandato dalle linee guida NICE (National Institute for Clinical Excellence). Il NICE è il più autorevole istituto di ricerca e autore di linee guida per l’assistenza alla maternità. Stima che questa opzione sia raccomandabile per un 45% di donne gravide.

“Advise low-risk multiparous women that planning to give birth at home or in a midwifery-led unit (freestanding or alongside) is particularly suitable for them because the rate of interventions is lower and the outcome for the baby is no different compared with an obstetric unit.” NICE Intrapartum Care guidance (Dec 2014)

 

Numerosissime ricerche dicono: sì, il parto in casa o in casa maternità è sicuro almeno quanto quello in ospedale per quanto riguarda la mortalità perinatale, ma è più sicuro per quanto riguarda la morbilità, in quanto produce meno interventi, complicanze e soprattutto molto meno parti cesarei (la statistica è tra l’1 e il 3,5%). (Walsh 2007, Wagner 2009, Birthplace in England Collaborative Group 2011, E. Blix et al 2012, e altri.). Il numero delle donne indagate in queste ricerche è molto alto: 42.000 in Germania, 11.000 in America, 530.000 in Olanda, per nominarne solo alcune. L’evidenza c’è. Chi la ignora fa oscurantismo.

Molte donne giovani cominciano a vedere il parto a domicilio come il vero progresso. Vi vedono una possibilità di tutela della propria integrità sia fisica che decisionale, una possibilità di empowerment. Sanno ormai che l’assistenza è qualificata, le ostetriche specializzate, esperte e disponibili. Sanno che le donne che l’hanno scelto, sono soddisfatte.

Nel modello di salutofisiologia le stime sono più ottimiste. Il numero delle donne che potrebbero partorire in sicurezza con un’assistenza in gravidanza che ottimizza i processi fisiologici è molto più alto, l’OMS lo stima del 85/90% per le primipare e del 95% per le pluripare. Le esperienze internazionali confermano questo potenziale anche se non raggiunto dappertutto. Più l’assistenza si svolge lontano dalle strutture sanitarie e dai protocolli medici, più alti sono gli esiti in parto vaginale spontaneo e più bassi sono i trasferimenti in setting medico e gli interventi. La continuità dell’assistenza è un fattore sensibile. Questa è la mia osservazione di tantissime realtà diverse a livello internazionale e lo conferma in modo chiaro una ricerca sui luoghi del parto in una zona dell’Inghilterra, dove vengono offerte le opzioni di parto a domicilio, casa maternità extraospedaliera, centro nascita (birth center) intraospedaliero e reparto medico (M. Newburn NCT, Birthplace in England Collaborative Group 2011).

 

Modalità di assistenza a domicilio

Questi i dati generali. Ma le modalità di assistenza del parto a domicilio appartengono a un mondo ancora poco esplorato. Soprattutto non esiste un’analisi delle modalità di assistenza e del modello assistenziale applicato e delle relative differenze in esiti. In mancanza di studi dobbiamo riferirci alle esperienze. L’esperienza e la mia conoscenza internazionale del pianeta nascita extraospedaliera mi conferma che trasferimenti in ospedale, interventi a domicilio, nonché l’esito in parto cesareo, pur essendo molto basso nel parto extraospedaliero, sono tanto maggiori quanto più vicino al modello medico si opera, e tanto minori quanto più la donna sta al centro del processo assistenziale.

Quindi, voler imporre protocolli e standard medici per il parto a domicilio ne diminuisce la sicurezza! Il RE NUDO non ha spazio nel parto extraospedaliero. Ci sta la REGINA, vestita di panni femminili.

Inoltre la stessa esperienza mi fa mettere in discussione un aspetto della raccomandazione NICE che invita a informare le donne che nel parto a domicilio le primipare hanno un rischio maggiore di mortalità perinatale (9 per mille) rispetto all’ospedale (5 per mille). Il NICE si basa su solo due ricerche fatte in due determinati paesi, mentre numerose altre ricerche non trovano questa differenza. A parte il fatto che il numero è minimo (4 su mille), la ricerca di riferimento confronta campioni numericamente molto differenti (1631 di donne con parto domiciliare verso 16.310 donne con parto ospedaliero), quindi la differenza può essere dovuta anche al caso (Blix E 2012). Non è a mio avviso un dato generalizzabile e non credo che sia imputabile alle modalità di assistenza al parto, ma può essere imputabile sia alle modalità di assistenza non sempre rispettose dei criteri basilari di sicurezza, sia anche a modalità diverse di concepire la nascita, la vita e di gestire la morte stessa. Quindi non si può affermare che questo rischio maggiore esista per tutte le donne. Anzi, l’esperienza mi indica che l’asfissia neonatale a domicilio è estremamente rara, anche perché in caso di segni sospetti la donna viene trasferita in ospedale prima che si verifichi un problema, quando raramente occorre è lieve e facilmente recuperabile, quando rarissimamente è grave ci sono elementi imponderabili o imprevedibili e le manovre rianimatorie con trasferimento rapido in ospedale sono sempre attuate in modo corretto, quando c’è una giusta formazione di chi opera. Bisogna anche accettare con onestà, che l’imponderabile morte esiste, sia in ospedale che a domicilio e se succede non si può ogni volta mettere in discussione il tutto, sarebbe come a dire che bisogna chiudere gli ospedali ogni qualvolta muore un bambino. Per fortuna è rarissima e la vita è ampiamente vincente e si vuole affermare.

Tuttavia, il fatto di dover trasferire in caso di emergenza può costituire un piccolo svantaggio per il parto extraospedaliero, che può essere minimizzato con una buona comunicazione tra operatori intra- e extraospedalieri e con i sistemi di trasporto. Ma ricordo ancora una volta che tali emergenze sono estremamente rare, sia perché si opera nella fisiologia, sia perché ci sono i trasferimenti preventivi in ospedale. Inoltre questo svantaggio va confrontato con i tanti vantaggi e benefici del parto extraospedaliero e con i numerosi rischi del parto in ospedale per una donna e un bambino sani (vedi sopra).

 

Regole?

Sicuramente occorrono alcune regole per offrire un’assistenza moderna e ottimale, e a mio avviso la ricerca in questo non ci aiuta ancora, ma le regole di base ci sono e sono chiare per chi opera:

Che cosa rende sicuro il parto in casa o casa maternità?

Un’ostetrica professionale, formata per il suo profilo professionale come operatrice (care-giver) principale. Se questo non avviene nel corso di laurea l’ostetrica extraospedaliera deve procurarsi una formazione post laurea specifica in assistenza continuativa nella fisiologia.

La continuità dell’assistenza dalla gravidanza all’esogestazione che permette di conoscere le risorse della donna e del bambino, nonché il suo sviluppo e stato di benessere e di incrementare le risorse

L’assistenza personalizzata con il coinvolgimento diretto della donna, che supera i protocolli medici e permette di trattare la situazione concreta così come si presenta, conduce, in caso di bisogno, a un uso appropriato, indicato e specifico di eventuali risorse mediche

La partecipazione attiva della donna che è esperta di sé stessa e del suo bambino. La sua motivazione è un generatore costante di salute attraverso l’attivazione costante delle sue risorse

La scelta informata: dato che non esiste nessuna certezza esterna in nessuno dei modelli assistenziali, l’unica persona che può decidere su quale strada vuole seguire, quale tipo di rischio vuole assumersi è la donna insieme al suo partner. Per poterlo fare serenamente devono conoscere i pro, i contro e i forse di ogni opzione.

Un’assistenza basata sulla salutofisiologia, protettiva, conservativa che facilita i processi fisiologici in gravidanza e nel parto.

L’uso di strumenti d’intervento non medici/farmacologici per contenere il dolore, aprire il bacino, migliorare i flussi placentari, armonizzare i sistemi fisiologici, sostenere la donna a livello fisico, ambientale, decisionale, relazionale, emozionale

L’integrazione con le cure mediche su indicazione

Un buon back up con un ospedale e i servizi di trasporto

La stessa professione di ostetrica, una professionista che ha (dovrebbe avere) le competenze di condurre una gravidanza, un parto in modo eutocico, che sa (dovrebbe sapere) come sostenere i processi fisiologici è garante di sicurezza (la massima sicurezza possibile). Anche il limite della professione dell’ostetrica, quello di non poter attuare delle procedure mediche, è un elemento di sicurezza e quello della donna: non subirà interventi inutili. Quando un intervento medico si rende necessario, sarà un intervento appropriato.

Un parto extraospedaliero senza qualcuno di questi criteri è sempre possibile, ma a mio avviso e secondo le mie osservazioni è meno sicuro e può dare origine a esiti diversi.

E se succede qualcosa?

L’ostetrica ha gli strumenti per intervenire e nell’emergenza, in assenza del medico è autorizzata a fare anche gli atti medici che servono per fronteggiare l’emergenza. Un buon back up con un ospedale di riferimento e una buona comunicazione aiutano molto a tenere alta la sicurezza. Sicuramente in caso di necessità di trasporto d’emergenza il fatto di dover essere trasportato può essere un lieve svantaggio che va messo in conto, ma queste emergenze sono estremamente rare, si aggirano attorno all’1%. Tutti i trasferimenti d’emergenza di cui sono a conoscenza a livello internazionale sono stati fatti in tempo e non hanno compromesso l’assistenza.

Questi sono i vestiti per la REGINA.

Si possono indossare anche nell’ospedale o meglio ancora in servizi integrati ospedale-territorio. Migliorerebbero molto la qualità dell’esperienza delle donne e dei bambini. Alcune esperienze esistono. Il modello di salutofisiologia può dialogare e integrarsi con il modello medico/scientifico.

 

L’ESEMPIO DEL VBAC

L’altissimo numero di cesarei nel nostro paese crea un trauma psicofisico in moltissime donne e molte di loro vogliono riscattarsi attraverso un successivo parto vaginale (VBAC), ma non solo vaginale, un parto in cui rimangono protagoniste. Desiderano quindi sottrarsi al controllo esercitato su di loro dal modello medico/rituale e cercano una situazione di dialogo.

In Italia solo il 12% delle strutture sanitarie offre alle donne che hanno avuto un cesareo un VBAC (Ministero della salute 2011) nonostante che le raccomandazioni internazionali lo indicano e nonostante il fatto, che un VBAC è meno rischioso di un secondo o terzo cesareo (Ministero della salute 2014, AOGOG 2013). Il tasso del VBAC in Italia è del 10.3% (Istat). Laddove il VBAC viene offerto, il parto è molto medicalizzato, con monitoraggio continuo, spesso con episiotomia e ventosa. Il successo del VBAC nei pochi ospedali che lo offrono varia dal 30 al 73%, ma la media si aggira attorno al 40-50%.

Nonostante che l’AOGOG (società americana dei ginecologi e ostetrici) dica che il rischio di rottura d’utero nel VBAC e nel parto normale è simile, il VBAC viene considerato un parto ad alto rischio che necessita della sorveglianza ospedaliera “sicura”. Nonostante che si sappia che tale rischio di rottura d’utero aumenta da 3 a 14 volte con l’uso di ossitocina, prostaglandine e probabilmente anche epidurale (Dekker et al 2010, Al-Zirki 2012) queste pratiche vengono fatte tranquillamente negli ospedali “sicuri”.

Nel frattempo molte donne, disperate e nell’impossibilità di trovare accoglienza e assistenza negli ospedali, si sono rivolte alle ostetriche per partorire a domicilio, ovvero in un luogo libero da imposizioni.

Così è stato possibile raccogliere un po’ di dati a confronto. Le poche ricerche che hanno analizzato il VBAC extraospedaliero hanno riportato risultati interessanti: il successo del VBAC va dal 78/82% nelle case maternità al 95 – 98% nei parti domiciliari. Rottura d’utero nessuna, altre complicanze nessuna! (Rimkoete A, South T, 2014)

Le esperienze raccolte da ostetriche internazionali su centinaia di VBAC riportano dati analoghi: nessuna rottura d’utero, nessuna complicanza, meno trasferimenti in ospedale che con le donne senza precedenti cesarei.

Qual è il segreto di questo successo?

Si possono fare alcune ipotesi:

  • La fortissima motivazione della donna
  • La continuità dell’assistenza con l’elaborazione della precedente esperienza di cesareo e una buona cura della cicatrice
  • Una conduzione del parto fisiologica con posizioni libere, l’uso dell’acqua, il rispetto dei tempi, l’analgesia fisiologica, la spinta spontanea e la protezione del segmento uterino inferiore, prevenendone gli stiramenti e gli indurimenti.
  • L’arte ostetrica intesa come scienza, conoscenza empirica e relazione empatica.

A voi la riflessione sulla sicurezza!

 

Il modello medico/rituale non vede l’ostetrica, se non come assistente subordinata. Ma l’ostetrica è una grande risorsa nell’assistenza appropriata alla gravidanza e al parto.

Può, attraverso un assistenza salutofisiologica

  • Riportare le gravidanze sane al 85 – 95% indicato dall’OMS, dall’attuale 40 -50%,
  • riportare il parto naturale senza alcun intervento medico al meno al 75% dall’attuale 4% (Schwarz, 2004),
  • ridurre i tassi di taglio cesareo, induzioni, prematurità, gestosi, depressione post partum, sindromi da stress postraumatico da parto in modo significativo
  • incrementare l’allattamento al seno, la qualità della salute e della vita, i processi del legame in una prospettiva a lungo termine
  • potenziare le donne e le famiglie

Questa è la sfida moderna: una sfida alla ricerca, al modello medico, alle ostetriche, alla salutofisiologia – restituire a tutte le donne la loro potenza generativa del dare alla luce attivamente e creativamente, se necessario anche con l’aiuto medico, ma sempre creativamente!

 

Valutazione delle opzioni

Scheda per un’indagine sulle opzioni disponibili nella propria realtà

OPZIONI Parto a domicilio Casa maternità extraospedaliera Centro nascita intraospedaliero Reparto medico
Possibilità della continuità dell’assistenza one to one o piccolo team (una persona solo per te)
Possibilità di fare un piano del parto, di decidere e essere rispettata nelle decisioni
Incidenza di interventi medici in %(esami, induzioni, accelerazioni, rottura membrane, farmaci, episiotomia, kristeller, taglio cordone, taglio cesareo ecc.)
Possibilità di trasferimento in ospedale o reparto medico in %
Possibilità di esito in parto vaginale spontaneo in %
Possibilità di analgesia farmacologica in %
Possibilità di Ipoalgesia fisiologica, TENS e altro (offerta)
Possibilità di posizioni libere in travaglio e parto
Possibilità del controllo intermittente del battito fetale (no CTG)
Possibilità di uso dell’acqua in travaglio e parto
Possibilità di VBAC
Possibilità di rispetto dei tempi personali
Possibilità di mangiare, bere e riposare durante il travaglio
Possibilità di accogliere il bambino e tenerlo sempre con sé
Possibilità di non tagliare il cordone
Possibilità di Lotus birth
Possibilità di un secondamento passivo (placenta senza farmaci)
Possibilità per il padre di avere un ruolo attivo
Possibilità di essere seguita anche in puerperio (40 gg)

 

 

Riferimenti:

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LA SACRALITÀ DELLA NASCITA

di Verena Schmid

In questo periodo di Natale festeggiamo la nascita del bambino forse più famoso al mondo. Il presepe rappresenta la scena arcaica della nascita, il percorso simbolico del “farsi carne” che ogni bambino, ogni madre percorrono insieme guidati dall’istintualità mammifera e dalla trance – un espansione di coscienza prodotta dalle doglie. Gesù bambino nasce da un parto naturale, senza assistenza medica, in un ambiente tutt’altro che sterile, partorito da sua madre in una stalla tra gli animali e gli angeli. Non sappiamo niente del parto di Maria, se sia stato difficile o facile, quanto abbia sofferto, se si sia persa d’animo o no. Sappiamo solo che il suo parto è andato a buon fine e che Maria ha dato vita a un bambino sano con le sole sue forze. Certo, è stata accompagnata dal cielo e protetta dalla forza della vita che si vuole rinnovare sempre. Ma questo succede a tutte le madri.

Gesù, nel suo divenire umano, nella più grande trasformazione che un essere possa vivere, ha affrontato le insidie del canale da parto, ha compiuto la sua metamorfosi sotto le doglie uterine, inondato dagli ormoni materni, ormoni dell’amore e della protezione, massaggiato e spinto fuori dalla forza della carne, accolto dalle braccia di donna e dal tepore degli animali, protetto dal padre spirituale e terreno. Ha percorso la strada di tutti gli esseri umani nel loro divenire. Alla sua nascita erano presenti pastori e re, pecore e angeli, il cielo e la terra, a rendere gloria al miracolo che con ogni nascita si compie: un essere che viene da un’altra dimensione si fa persona umana, entra nel mondo attraverso l’unica porta possibile, il corpo di donna.

Maria, sacra come tutte le donne che diventano madri perché si apre al mistero, si lascia penetrare dal messaggio e si arrende all’angelo che la guida verso la maternità, si fida, affida a Giuseppe, protegge nel suo ventre il bambino invisibile. Quando è l’ora, si apre con dolore e gioia – corpo e anima – al suo passaggio nel mondo, diventando canale tra cielo e terra, ricettiva verso le due dimensioni esistenziali e verso il suo bambino nascente, in contatto con gli angeli e contemporaneamente fortemente impegnata nel suo corpo in una performance totalmente istintiva e “animalesca”. Spiritualità e istintualità, due polarità apparentemente opposte si integrano perfettamente nell’atto più generoso del mondo: dare alla luce una vita nuova. Questa è la natura della nascita, la storia di tutti i bambini che vengono al mondo e di tutte le donne che partoriscono.

Ecco questa magia del nascere l’abbiamo un po’ dimenticata. È rimasta sepolta sotto le paure e i valori di una società tecnologica, superficiale, consumatrice e dominata dalla speculazione economica. Così la nascita, e con essa l’essere umano, si è ammalata: di stress, di estraniazione, di separazione, di abbandono, di solitudine, di mancanza di riconoscimento, di abuso, di vuoto, di depressione e anche di mancanza di amore. È afflitta dagli stessi mali – affettivi, relazionali, emozionali, esistenziali – degli individui che ne sono emersi, le persone di oggi, noi, i nostri bambini e la nostra società!

La nascita e la società sono strettamente legate, si condizionano rispettivamente nel bene e nel male.

Se vogliamo ricostruire un mondo a misura di uomini, donne e bambini dobbiamo ritrovare la sacralità e la forza insita di una nascita rispettata, dobbiamo appianare la strada al bambino il più possibile e accoglierlo con amore, favorendo così un sano sviluppo del potenziale umano.

La tecnologia ci dovrebbe aiutare a partorire ovunque una donna si senta a suo agio, in cima a una montagna, sotto un albero, in mare, a casa sua, in un ospedale. Dovrebbe ampliare le nostre possibilità anziché restringerle.

Solo la donna può sapere dov’è il luogo adatto per lei per partorire e per sentirsi protetta e rispettata.

Ogni singola donna che può ritrovare la via dell’integrità, secondo Jeannine Parvati Baker, grande donna saggia e ostetrica, aiuta a guarire la nascita e con la nascita, il pianeta.

O, come invita Ibu Robin Lim, ostetrica balinese e vincitrice del premio per la pace Alessandro Langer: guariamo il mondo attraverso la nascita rispettata, un bambino alla volta.

Verena Schmid

ostetrica, docente internazionale e autrice

www.verenaschmid.eu, www.marsupioscuola.it, www.benesserematernita.it

IL PARTO E LA CURA DEL NEONATO TRA I KULUNGE RAI DEL NEPAL

È durata circa tre mesi la spedizione di ricerca antropologica patrocinata dal progetto per le Scienze umane di Everest-K2-CNR che ha portato me e i miei compagni in Nepal, nel villaggio di Gudel a circa duemila metri di altitudine per conoscere la cultura dei Kulunge Rai, uno dei gruppi etnici nepalesi che, a causa del marcato isolamento geografico, è riuscito a conservare una propria distintiva identità culturale. La disponibilità delle persone con cui ho avuto modo di parlare, e il parto di una ragazza avvenuto proprio durante la mia permanenza al villaggio, ci ha permesso di scoprire e di conoscere tradizioni e riti della cultura di questo popolo riguardo la gravidanza e la nascita.

I Kulunge Rai sono un popolo di lingua tibeto-birmana, d’allevatori e agricoltori che vivono le valli himalayane nell’estremo oriente del Nepal.

La tradizione religiosa e culturale dei Kulunge Rai trae origine e ispirazione da una narrazione mitologica, chiamata in lingua nepali mundhum, tramandata oralmente. Il mito spiega l’origine delle divinità e degli antenati dei Kulunge, ma fissa e stabilisce  anche regole e consuetudini cui i discendenti si attengono tuttora sia per quanto concerne la vita religiosa, sia per quanto riguarda la vita quotidiana, compreso il delicato momento della nascita. Tra i vari episodi mitici narrati nel mundhum, si legge la vicenda di Ninamridum, madre prototipica, sposa del dio Paruhang, il pianeta Giove.

“Quando Ninamridum partorì, nacquero dapprima i Due-tipi-di-piante-spinose con cui si fabbricano i percussori dei tamburi sciamanici. Seguirono poi il Cordone ombelicale e la Placenta e Tutti-i-generi-di-insetti. Fu poi la volta della Tigre, dell’Orso, della Scimmia, fino ad arrivare al Primo Uomo il cui nome era Tumno. I figli di Ninamridum potevano nascere indistintamente da ogni parte del corpo della madre. Soltanto dopo che venne alla luce Tumno si cominciò a partorire per via uterina. Quando il dio Paruhang seppe della nascita dei suoi figli, ordinò che ciascuno di essi si dirigesse verso il luogo che era più consono alla propria natura. Fu così che le Piante spinose presero posto insieme agli altri animali in foresta. Il Cordone ombelicale e la Placenta vennero appesi ad un albero. Tumno, che appena nato venne posto in un giaciglio di foglie, fu l’unico figlio di Ninamridum che ricevette l’ordine di rimanere presso la madre affinché essa potesse prendersene cura.”[1]

Il mito ci presenta, dunque, la figura di una madre primordiale generatrice non solo del Primo Uomo, ma anche di tutte le specie viventi che popolano la Terra. Il riferimento alla figura di Ninamridum è costante anche tra i Kulunge di oggi: vedremo infatti, come alcuni gesti compiuti dalla Grande Madre Ninamridum vengano tuttora riproposti e perpetuati nella tradizione di questo popolo.

Presso i Kulunge Rai, le donne in generale partoriscono in casa. Al villaggio di Gudel, ove si sono svolte la maggior parte delle nostre ricerche, da quattro anni esiste un piccolo e poco attrezzato ambulatorio, dotato anche di una “sala parto”, che presta assistenza alle partorienti. Tuttavia, è ancora forte la diffidenza nei confronti dell’istituzione sanitaria e le donne preferiscono partorire in casa, ricorrendo al medico solo in casi estremi.

L’abitazione tipica Kulunge Rai si sviluppa su due piani: il primo in terra battuta dove si svolge la maggior parte della vita quotidiana della famiglia, e un secondo piano adibito a ripostiglio e a dispensa per le provviste. Al pianterreno trovano posto le stuoie dove sedersi e dormire, i due altari dedicati agli spiriti antenati e alle divinità ancestrali, e il focolare, sede delle divinità protettrici della casa.

Ciò che è interessante è l’organizzazione simbolica dello spazio interno dell’abitazione. Questa si regge primariamente sui concetti di “alto” (N.: mathi) e “basso” (N.: tala) cui è data un’accezione particolare.  Al concetto di “alto”, infatti, i Kulunge Rai associano costantemente l’idea delle vette himalayane e delle sorgenti dei fiumi, luoghi da dove si crede provengano benessere e prosperità. Per cui tutto ciò che rientra nella categoria di “alto” ha, per i Kulunge, un’accezione fortemente positiva. Come suo opposto e contradditorio, il concetto di “basso”, invece, è investito di un significato negativo, perciò è associato a circostanze comunque infauste. L’abitazione tradizionale Kulunge riflette questa concezione.

Il pianterreno è simbolicamente diviso in due settori: la parte orientata verso la montagna è considerata “alta” e sacra perché ospita gli altari dedicati alle divinità ancestrali e protettrici della casa. Viceversa, la parte orientata verso il fondovalle è considerata “bassa”. Inoltre, gli spazi della casa Kulunge sono divisi in maschile e femminile. Sebbene la parte “alta” o “bassa” non corrisponda necessariamente con quella maschile o femminile, tuttavia esiste la costante tendenza ad associare il settore maschile alla zona “alta”  e quello femminile alla parte “bassa”.

Al momento del parto, dunque, la donna può scegliere il luogo all’interno dell’abitazione dove preferisce stare, il posto più riservato e sicuro, ma le si fa divieto assoluto di sistemarsi nella parte “alta”.

Per consuetudine, durante il travaglio e al momento della nascita, in casa possono stare la madre della partoriente, le sue sorelle (N.: didi; bahini) e amiche, ma assolutamente è vietata la presenza del padre della donna, dei fratelli (N.: daju; bahi) e naturalmente di qualunque altra persona di sesso maschile, fatta eccezione per il marito. Il momento del parto potremmo chiamarlo, dunque, “un affare di donne” dal quale è esclusa qualunque presenza maschile oltre a quella del padre del nascituro. Il ruolo di quest’unico uomo presente è comunque molto attivo. A raccontarcelo è Chaturman, un giovane del villaggio che ha aiutato la moglie in tutti e tre i suoi parti: “Cercavo di aiutarla. Lei soffriva molto. Mia moglie ha sofferto molto. Anche se chiami la nurse lei non può fare nulla. Fa molto male.” Chaturman e la moglie hanno tre bambini di nove, sette e cinque anni. Hanno fatto tutto da soli e con l’aiuto di alcune amiche di lei.

Aiutata dal marito, la donna sceglie la posizione che le è più comoda per partorire: può appendersi con le braccia ad una trave del soffitto, oppure accucciarsi, stare seduta sui talloni, in piedi con il busto piegato in avanti. Chaturman ci ha raccontato di essersi seduto dietro la moglie, e tenendola tra le gambe, di aver spinto sotto lo sterno per aiutare il neonato a venire alla luce.

Appena nato il bambino viene posto, per prima cosa, in un giaciglio di paglia e frasche, esattamente come la madre mitica Ninamridum fece con il figlio Tumno. La paglia, inoltre, si presta a essere cambiata in fretta nel caso il neonato perda molto sangue in seguito al taglio del cordone ombelicale.

Una volta che la puerpera espelle anche la secondina, placenta e cordone ombelicale vengono posti all’interno di un contenitore di bambù. Non possono assolutamente essere toccati, pena il sopraggiungere di gravi malattie per madre e figlio, perciò ci si serve di pinze di legno. Il contenitore con dentro la placenta e il cordone ombelicale viene dunque appeso ad un albero. Anche in questo gesto vediamo il riferimento al mito. Cordone ombelicale e placenta, figli di Ninamridum, trovarono la loro sistemazione tra i rami di un albero, in un luogo intermedio che non è il villaggio, ma neanche la foresta, obbedendo ad una diffusa concezione per la quale cordone ombelicale e placenta hanno uno status quasi di alter ego del neonato. Una natura, quindi, ambigua sita in un luogo interposto che non è lo spazio sociale del congresso umano, ma neppure l’ambito selvatico della foresta.

Al momento del parto e subito dopo, la donna, come in tante altre culture, vive una situazione di eccezione. Questo stato dura per circa quattro o cinque giorni. In questo periodo le è fatto divieto di avere contatti con il focolare, sede delle divinità protettrici della casa. Non può assolutamente cucinare, per cui alla cottura del cibo provvederà una sorella o la cognata. Inoltre non può venire a contatto con gli altari e, naturalmente, con tutta la parte “alta” dell’abitazione. Se, poi, ha piacere di trascorrere un po’ di tempo all’aria aperta, non potrà uscire dall’aia antistante la casa e verranno alzate delle stuoie per proteggere lei e il neonato alla vista di altri. Il venir meno a queste regole determinerebbe uno stato di malattia per madre e figlio.

Questa condizione di eccezione viene risolta attraverso l’officio di un rituale, il Birimpham, grazie al quale la donna può nuovamente riprendere la sua vita normale e il neonato è ufficialmente aggregato al nucleo familiare e al corpo sociale.

Generalmente, l’officio del rituale è affidato al capofamiglia. I corpi della madre e del bambino vengono dapprima cosparsi di terra nera e, successivamente ripuliti con l’aiuto di frasche e foglie verdi. Per tutta la durata del rito è importante che la testa del bambino sia tenuta sollevata. Ciò, nella tradizione Kulunge si crede serva a farlo crescere sano, forte e sicuro. Il rito si conclude con il sacrificio di un pollo per ringraziare le divinità. Da questo momento il neonato è accolto nella comunità. Adesso, alloggerà in una culla di fibra vegetale che sarà il suo giaciglio finché non sarà abbastanza grande da dormire sulla stuoia con la madre e i fratelli.

La culla viene costruita dal padre. Può essere passata di figlio in figlio, ma secondo regole ben precise, cioè solo tra figli dello stesso sesso. Infatti, una culla costruita per il primogenito maschio (N.: jeta) potrà essere usata di nuovo nel caso di un secondogenito maschio, mai per una bambina (N.: nani), per la quale se si tratta di primogenita (N.: jeti) occorrerà approntare un’altra culla che a sua volta sarà riutilizzata solo per un’altra femmina.

I bambini, si sa, sono più fragili e delicati. Si ammalano più facilmente degli adulti, e, più facilmente di questi possono essere vittime delle aggressioni di tutta una schiera di entità magiche che, secondo la tradizione Kulunge, potrebbero nuocere gravemente. Per proteggerlo dall’attacco di demoni, streghe (N.: boksi) e spiriti dei morti (N.: bhut-pret), viene posto al collo del bambino un fagottino, birim, che è un vero e proprio antidoto contro le aggressioni maligne. Il birim si porta al collo fino all’età di circa sette anni, poi si ripone. A volte si vede al collo di adulti gravemente ammalati, anche in questo caso con funzioni protettrici ed esorcistiche. Inoltre, un sottile filo di cotone viene legato intorno alla vita del bambino, intorno ai polsi e alle caviglie con lo scopo di proteggere il piccolo da malattie che potrebbero colpirlo agli arti o all’addome. In realtà, le protezioni magiche iniziano già con la gravidanza. Non è raro, infatti, che siano recitati mantra e preghiere sul pancione della donna per augurarle un parto senza complicazioni e proteggere lei e il nascituro da interventi maligni che potrebbero approfittare di un momento così delicato.

La presenza di un piccolo ambulatorio al villaggio ha un po’ cambiato le cose. Adesso, se una donna ha delle complicazioni durante o successive al parto, può rivolgersi ai due medici presenti, trovando l’assistenza e i medicinali necessari. In Nepal le donne muoiono ancora oggi di parto e sono numerosissime. L’apertura di centri sanitari come questo ha sicuramente permesso di salvare molte di loro da emorragie e gravissime infezioni che erano, e sono ancora, causa di numerosi decessi.

Tuttavia, come ho già detto in precedenza, la diffidenza è ancora un grosso scoglio da superare. Il nostro amico Chaturman per esempio dice: “Per noi sono necessari sia lo sciamano sia il medico sia la nurse. Lo sciamano aiuta il neonato in caso di streghe e spiriti maligni. Se il bambino nella pancia ha una posizione sbagliata in questo momento c’è bisogno della nurse, ma anche dello sciamano e degli dei. Ma se il neonato muore entro quindici giorni dalla nascita diventa un demone e, in quel caso, per mandarlo via ci vuole uno sciamano. La nurse non serve. Per vivere sono necessari entrambi.”

Il pensiero di Chaturman è interprete di un sentire comune tra i Kulunge Rai.

La forte identità culturale di questo popolo fa si che tradizioni e credenze radicate continuino a vivere e perpetuarsi pur accogliendo elementi nuovi come, in questo caso, la medicina occidentale e “ufficiale”.

La cultura dei Kulunge Rai non è qualcosa d’impermeabile e immobile. Essa si presta anche all’assimilazione armonica del nuovo nel rispetto e nel mantenimento della tradizione.

 

Pubblicato in D&D n. 33: Il bambino prima e dopo la nascita



[1]  La versione del mundhum è stata raccolta dal dott. Martino Nicoletti presso il villaggio Kulunge  di Gudel in una precedente missione sul campo ed è tratta da:  M. Nicoletti, La foresta ancestrale. Memoria, spazio e rito tra i Kulunge Rai del Nepal, FrancoAngeli, Milano 1999, pp. 45-50.

I sensi fetali: 12, non 5! Una nuova proposta

David B. Chamberlain, Ph.D

Traduzione Di Lisetta Rafanelli

La riflessione di David Chamberlain sull’evoluzione delle conoscenze in merito alla sensorialità fetale è molto interessante. Egli afferma che durante la maggior parte del XX secolo gli scienziati avevano messo in dubbio la presenza del funzionamento dei sensi durante la vita fetale.

Il tatto era considerato un “riflesso”, l’udito era ritenuto gravemente “inumidito” (se non “annegato”) nell’ambiente liquido del grembo materno; la vista era considerata primitiva nella migliore delle ipotesi, prima bloccata dalle palpebre chiuse, e poi distorta dentro l’acqua, e l’olfatto era stato giudicato “impossibile” in assenza di aria.

Commenta che entro la fine del secolo, tuttavia, gli esperti hanno raggiunto un unanime consenso sul fatto che potrebbero essere presenti in utero tatto, udito e gusto, ma che, ciononostante, considerando l’immaturità del cervello in utero, lo scetticismo è rimasto su come, alle informazioni sensoriali, potrebbe essere dato un significato concreto.

Ricorda che nel 1988 si trovava nella piccola minoranza di scienziati che ha trovato le prove per i cinque sensi significativi per la nascita e commenta che, sebbene l’idea dei 5 sensi umani risalga al Rinascimento, si pensi oggi che questo numero sia una dubbia semplificazione.

Il numero corretto, alcuni suggeriscono, è compreso tra 5 e 17 (ad esempio, Rivlin & Gravelle, 1984, Deciphering the Senses: The Expanding World of Human Perception).

Incoraggiato da questa valutazione, riesaminando le prove sperimentali e cliniche (comprese le esperienze riportate dai suoi clienti) propone che ci sono almeno dodici sensi, che già operano in utero.

In breve, questa è la lista di dodici, riportata ed estratta da “Communicating with the Mind of a Prenate” in JOPPPAH 18(2), 99-100, 2003.

(1) Il tatto (compresi sia il ricevere il tocco che toccare) è il primo senso a svilupparsi.

(2) La rilevazione termica del caldo e del freddo è reale, ma di solito trascurata.

(3) Il rilevamento del dolore (oggi chiamato nocicezione) implica frantumazione e danno ai nervi. La realtà di questa esperienza è stata tragicamente trascurata nella creazione di protocolli di ostetricia e neonatologia.

(4) L’udito comincia già a 14 settimane dopo il concepimento, poi migliora costantemente con l’arrivo delle risorse cocleari e la crescita integrale dell’orecchio esterno.

(5) L’equilibrio e l’orientamento nello spazio si sviluppa dalla settimana 7 a 12.

(6) I recettori dell’olfatto operano in stretta collaborazione con i recettori del

(7) Gusto in quanto entrambi sono bagnate dal liquido amniotico che passa attraverso l’area nasale.

(8) L’esplorazione con la bocca è utilizzata per analizzare la consistenza, durezza, e i contorni degli oggetti; in questo senso non ha il significato di mangiare o di  nutrizione.

(9) Succhiare e Leccare nel grembo materno sono sensi di piacere bocca – correlato. La suzione delle dita delle mani e dei piedi non è nutritiva. La suzione del pollice nel maschio, come già visto alla 13° settimana, è spesso associata con erezioni, suggerendo sensazioni sessuali. L’Ecografia rivela che i bambini in utero leccano la placenta e che due gemelli si leccano, a suggerire il piacere di contatto fisico.

(10) La vista in utero è paradossale, perché limitata dalla fusione delle palpebre per circa sei mesi, tuttavia sembra essere funzionale in grado di colpire obiettivi come aghi durante l’amniocentesi a 14 a 16 settimane di età. Una qualche forma di visibilità sembra facilitare i gemelli nel boxare, calciare, baciare, e giocare insieme nel grembo materno.

(11) Anche se i bambini in utero non sono mai stati riconosciuti per i loro sensi psichici, essi fanno dimostrare almeno la chiaroveggenza e il rilevamento telepatico e di sintonia con i genitori, se sono vicini o lontani, sanno se sono voluti o no, e discernono la disposizione emotiva, e il carattere di chi li circonda.

(12) Infine, i bambini in utero dimostrano anche un rilevamento trascendente come riportano in esperienze fuori – dal – corpo e in esperienze di pre-morte. Quando sono fuori – dal – corpo, per esempio, i sensi non dovrebbero funzionare sia per i bambini che per gli adulti, ma lo fanno. Negli stati trascendenti, i sensi, anche se immaturi, funzionano bene e gli eventi vengono memorizzati nella memoria – come può essere dimostrato anni più tardi.

Chamberlain conclude che, contrariamente alla credenza popolare e scientifica, i bambini vivono nel grembo materno con un ricco spettro di sensi.

*Tratto da “Communicating with the Mind of a Prenate” in JOPPPAH 18(2), 99-100, 2003

 

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PSICOLOGIA E MEDICINA PRENATALE E PERINATALE

La Nuova Scienza Interdisciplinare nel Mondo che Cambia 

P.G.Fedor Freyberg

Stoccolma, Svezia

Se saremo capaci di assicurare che ogni bambino sarà amato e desiderato sin dall’inizio, che gli si darà rispetto e che tale rispetto per la vita sarà posto al punto più elevato sulla scala dei valori umani,  migliorando al massimo i livelli prenatale e perinatale della vita senza frustrazioni delle esigenze di base, senza aggressioni e influenze psicotossiche, allora ne potrà risultare una società non-violenta. 

IL MODO IN CUI VOI TRATTATE IL VOSTRO BAMBINO, SARÀ IL MODO IN CUI LUI TRATTERÀ IL MONDO

Termini chiave: Prevenzione primaria, salute, continuità, accudimento prenatale, psicologia prenatale, gravidanza, gravidanza a rischio, processo di apprendimento, bonding, empatia, psiconeuroendocrinilogia.

Abstract: Il periodo prenatale della vita rappresenta un’opportunità unica per prevenire disordini psicologici, emozionali e fisici per il resto dell’esistenza. In tale periodo è possibile sviluppare anche processi di prevenzione per ridurre le nascite pretermine e per evitare stati patologici e mortalità infantile. Per comprendere l’enorme potenziale del processo prenatale e del suo impatto sulla salute pre- e perinatale dell’individuo, dobbiamo domandare a noi stessi se ci rendiamo conto dell’importanza che riveste la fase prenatale della vita.

L’incontro con il nascituro è l’inizio del “continuum” della vita umana verso l’auto- realizzazione. Per tutti ma specialmente per ognuno di noi in psicologia e in medicina, la chiave di quest’impulso vitale sta nell’ampliare la definizione standard del continuum della vita includendovi anche le esperienze prenatali, in quanto si tratta di una parte indivisibile del continuum della vita. Abbiamo bisogno di ciò proprio perché la fase prenatale è quella della nostra formazione, ed è anche quella che determina chi siamo e che cosa diventeremo. Per il bambino prenatale, è primariamente grazie al processo di “imprinting” che tale esperienza inizia e si realizza. Per la madre, la gravidanza, vale a dire l’incontro con il nascituro, le offre l’opportunità di realizzare se stessa. Per tutti gli altri, l’incontro con il nascituro è un’opportunità per estendere e approfondire la propria comprensione di tale “continuum” della vita, nell’ambito del quale non è possibile riscontrare una separazione fra la dimensione fisica e quella psicologica della nostra esistenza.

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UN PARTO VERO! Di Sonia Richardson, ostetrica

Uno studente di medicina? E perché me lo devo cuccare proprio io?” “una studentessa per la precisione. Vuole trascorrere una giornata con un’ostetrica del territorio perché dopo la laurea vuole diventare medico ginecologo ostetrico!” così mi risponde la capa e non ho scelta! mhmmmm….

La giornata è piena di impegni, c’è la clinica della gravidanza fisiologica, poi le visite in puerperio a domicilio. Manca personale, come al solito: è un casino! E ora ci voleva pure questa studentessa tra i piedi!

Easton, è la zona più multietnica di Bristol dove convivono molte minoranze etniche e tante famiglie alternative: donne in Burka, ragazze tatuate e piene di piercing, mamme in sandali in pieno inverno sono  le nostre clienti abituali.

Incontriamo tante donne questa mattina, palpiamo tante pance. Natasha, la studente, devo dire, è proprio brava: 24 anni, carina, molto British non saccente e arrogante come qualche sua collega venuta a fare tirocinio qualche mese fa. Impara presto a fare manovre di Leopold, fa cilecca a far prelievi (una donna nigeriana si succhia i denti con disapprovazione quando Natasha canna il prelievo al secondo tentativo!) ma tutto sommato non mi è d’intralcio. Le faccio fare tutti gli stick alle urine che a me, schizzinosa, non piace!

Nelle visite in puerperio incontriamo un neonato pakistano particolarmente imbronciato e itterico, ma che ciuccia con passione, una donna afgana rifugiata politica che ci offre così tanto da bere e mangiare che non abbiamo nemmeno bisogno di pranzare. Non manca la Hippie che sorseggia frullato artigianale di placenta fresca.

Natasha mi racconta della sua esperienza in sala parto la settimana prima: ha visto ben 3 cesarei, e 5 parti spontanei, ‘anche se uno hanno dovuto tirarlo fuori con il forcipe. Meravigliata dalla “magia” dell’epidurale mi fa anche un sacco di domande: sulla gravidanza, i valori di sangue, sui casi più strani che ho incontrato…. In fondo è simpatica però alle 5pm sono stanca e desiderosa di sdoganarla alla fermata dell’autobus per andarmene a casa……

….e mi chiama Rebecca! Primo figlio, scelto di partorire in casa: sta contraendo da stamattina e ora sente che ha bisogno di sostegno! “un parto in casa?” – mi chiede Natasha – “non è pericoloso?”

Non ho l’energia per farle il discorso sui rischi e benefici di nascere in casa e sto per dirle di andare a casa a riposarsi, che sento arrivare il suo autobus; poi, prima di avere il tempo di pentirmi, mi sento dire: “perché non vieni a vedere da te?”

E così arriviamo da Rebecca che starà pure contraendo da stamattina ma il suo bambino ha deciso di prendersela con calma. Passeranno molte ore a casa di questa famiglia in compagnia di Natasha e la mia collega. Diventa buio in strada: è venerdì sera, si sente il muezzim chiamare i fedeli alla moschea vicina. Robert, il futuro padre, ci cucina la cena. Rebecca contrae, forte, usa la voce, sembra progredire poi arrestarsi, poi il travaglio riprende nuovamente. Un tipico bambino in posizione posteriore: sarà una notte lunga! Si accendono le candele, Rebecca è in vasca da bagno, Robert le massaggia la schiena, verso il basso, si baciano: li lasciamo soli. Natasha nonostante l’ora e la giornata pesante è sorprendentemente sveglia, solo molto dopo il mascara comincia a colarle sugli occhi stanchi. L’atmosfera diventa più intensa, il bambino continua a non nascere. Proviamo a scendere e salire le scale da un lato, poi dall’altro, la posizione dell’arciere, ancora massaggi, qualche spuntino… Una Coca cola fresca seguita da sonori rutti e proprio quando io ormai stanca morta comincio a meditare che sarà il caso di trasferire in ospedale per affidarsi a quella “magia” di epidurale e ossitocina….. finalmente arrivano le spinte! Prima timidi atti involontari, quasi più vocali che reali, e poi Rebecca spinge con tutta se stessa. Ora che intravede il traguardo ha azionato la marcia in più. Abbiamo preparato la stanza per accogliere il bambino in camera da letto quando Rebecca ha cominciato a spingere: i teli di plastica coprono il materasso. Poi tra una contrazione e l’altra è velocemente scesa in cucina perché aveva caldo e l’abbiamo seguita con asciugamani e telini…. ma l’erede ha scelto di nascere nell’abitacolo più piccolo della casa vittoriana dei suoi genitori: sua mamma, saldamente seduta sul water, spinge a più non posso! S’intravede la testa! Ci stringiamo tutti tra queste 4 mura. Rebecca, suo marito, sua sorella, io (seduta su una pila di biancheria), la seconda ostetrica e Natasha, faccia emozionatissima. Rebecca comincia a fare il verso del cagnolino, chiedo a suo marito di tirarla su da sotto le spalle. La testa s’incorona, lentamente, i tessuti si distendono, Rebecca spalanca la bocca, gli occhi, le narici… Robert si rompe la schiena a tenerla su così…. a me sta venendo un crampo al polpaccio (“mi partirà un trombo” penso) e finalmente, pochi minuti dopo la mezzanotte nasce Rachele! Esce da sua mamma guardando verso l’alto (in sacrale) “aaaaaaaaahhhhhhhh” facciamo tutti in coro. Robert si massaggia la schiena, Rebecca si bacia la figlia scivolosa finalmente tra le braccia, io mi alzo (battendo la testa contro il lavandino) e Natasha… piange! Lacrime le rigano le guancie e non si preoccupa nemmeno di asciugarle “so lovely, so lovely… So different from the hospital deliveries I have seen (così diverso dai parti in ospedale che ho visto). This is a real… – ci pensa su – yes, this is a real BIRTH” (questo è un parto vero).

Buoni PARTI VERI a tutti!

Sonia  per D&D

www.marsupioscuola.it

TECNOLOGIA E NATURALITÀ NELLA NASCITA

Ovvero LA NASCITA TRA CULTURA E NATURA

Di Verena Schmid*

La nascita, in quanto evento centrale delle società umane, evento potente, ma anche vulnerabile, da sempre ha subito le influenze culturali, i pensieri e le valenze della società di appartenenza. Da sempre è stata manipolata, gestita socialmente. Da sempre, anche se in modi diversi, le società danno il loro imprinting alla donna partoriente in quanto donna e al bambino nascente in quanto futuro cittadino. L’imprinting culturale della nascita dice che tipo di donna questa società vuole e che tipo di cittadino il bambino dovrà essere.
Quindi niente di più “naturale” che la nascita, nell’era tecnologica sia impregnata dei valori tecnologici e sottoposta ai suoi rituali e credo.
Sin dall’introduzione del forcipe da parte del chirurgo circa 300 anni fa, l’uomo ha tolto alle donne il controllo del parto, che fino allora condividevano vissuti e assistenza tra di loro secondo le leggi della natura, imponendosi con il suo strumento, rovesciandole sulla schiena e rendendole impotenti. In compenso la sua potenza cresceva in pari misura. Sin da allora ci sono state scuole opposte tra ostetricia interventista (tecnologica) e ostetricia naturale (Filippini 1992).
Con l’accademizzazione dell’ostetricia, l’idea di mettere sotto controllo e dominare la natura, nello specifico la natura imprevedibile e irrazionale delle donne, è andata di pari passo con il controllo sulla natura come ambiente.
Michel Odent (2006), nel suo libro “L’agricoltore e l’ostetrico” mette lo sviluppo dell’ostetricia e dell’agricoltura sullo stesso piano. Lo sfruttamento sempre più intensivo della terra fino allo stravolgimento delle leggi della natura che ha prodotto il fenomeno della mucca pazza e di altre malattie degli animali, rischiose anche per l’uomo, è paragonabile all’organizzazione industriale delle nascite in ospedali sempre più grandi con lo stravolgimento totale delle leggi del parto. Tant’è vero che in Italia con il suo 36% di tagli cesarei (record quasi mondiale), le percentuali di analgesia epidurale crescenti che in alcuni ospedali raggiungono un altro 30%, con un 8-10% di ventose e un 20-25% di parti indotti rimane ben poco della nascita naturale. In una ricerca svoltasi in Germania (Schwarz 2006) emerge che solo un 6% di donne tedesche, di cui il 2% nelle case maternità o a domicilio, hanno un parto senza alcun intervento medico, quando questa percentuale dovrebbe essere del 90%.
Le conseguenze disastrose ci sono, ma ancora non c’è sufficiente consapevolezza per invertire la marcia, come invece in agricoltura parzialmente sta succedendo.
Con l’agricoltura intensiva e la manipolazione dei semi e delle piante, è scomparsa la variabilità biologica. Con l’ostetricia tecnologica è scomparsa la variabilità delle modalità di nascere. La variabilità è un importante fattore di sicurezza. Protegge dall’estinzione. Offre risorse sempre nuove per potersi adattare a situazioni nuove. Rappresenta il concetto di capacità reattiva, condizione necessaria per mantenere l’omeostasi, un equilibrio. Tant’è vero che la biologia femminile è infinite volte più complessa di quella maschile, in particolare nelle risposte endocrine. Le vie biologiche verso comportamenti di accudimento sono multiple, in modo tale da garantire sempre una risposta adeguata, anche quando qualcuna rimane “intasata”.
Che cosa succederà nel tempo, se perdiamo la capacità reattiva nella riproduzione? La tecnologia ha la soluzione in mano: la riproduzione sarà artificiale. Ma la vulnerabilità della specie umana come tale aumenterà in modo esponenziale.
Dalla complessità siamo dunque passati alla riduttività, cioè ci siamo impoveriti. La riduttività è entrata nel linguaggio, nella comunicazione. Ha ridotto anche le possibilità di scelta. La via è una ed è obbligata.
Tutti i processi complessi, globali, interconnessi con infiniti fattori, vengono ridotti, semplificati.
Le procedure tecnologiche vengono presentate come banali, semplici, prive di effetti collaterali, risolutori di tutta una serie di ansie, garanti del successo.
Infatti la promessa tecnologica a primo impatto è di grande sollievo, rassicura, permette di evadere stimoli provenienti dal mondo interiore sommerso.
Se questo avviene già nella vita quotidiana, a maggior ragione succede in un percorso difficile, arcaico come la nascita.

Le aspettative
La tecnologia ostetrica porta dunque alla semplificazione del processo della nascita.
Risponde al bisogno di controllo sull’evento, bisogno condiviso dai genitori e dagli operatori. Risponde al bisogno di sicurezza – la promessa c’è, al bisogno di cedere la responsabilità. Difende dalle emozioni forti, dall’istintualità, considerata “primitiva”. E’ condivisa dalla maggioranza, quindi autorevole. È codificabile in protocolli terapeutici e permette di standardizzare l’assistenza, eliminando appunto le variabili, schematizzando la storia personale rendono le donne tutte simili. La curva del partogramma tecnologico è lineare e quando il travaglio esce dalla linea si interviene per riportarlo dentro.
Ma la natura, anche la natura della donna, è ritmica, ciclica. Segue la legge interiore, non quella esterna. Vuole tempo, spazio, espressione individuale, movimento, contenimento, affetto, relazione, comunicazione. Vuole scegliere, partecipare, manifestarsi. Inevitabilmente, nella realtà dei vissuti si scontra con la mentalità tecnologica. Il parto è un evento fisiologico involontario e quindi incontrollabile. Quando si cerca di controllarlo, non funziona più.
Le aspettative createsi prima dell’evento, basate sia su una promessa che su uno stile di vita corrispondente, che sul consenso generale non trovano riscontro nella realtà. O durante la nascita, o dopo nel tempo, le donne si trovano a confronto con esperienze di perdita, mutilazioni fisiche e psichiche, depressioni, difficoltà con i bambini.
E allora nasce la rabbia.
La rabbia della delusione, la rabbia del sentirsi ingannate.
C’è chi la rivolge verso gli operatori, tant’è che le cause medico-legali sono all’ordine del giorno, fenomeno che accompagna l’ostetricia tecnologica e sono lo spauracchio di medici e ostetriche. C’è chi la usa per elaborare la propria esperienza. A questo punto incontra la complessità del percorso nascita dopo, in ritardo, ma mai troppo tardi per recuperare aspetti di sé. Spesso queste donne diventano attive socialmente, al fine di informare, manifestare quello che hanno appreso a caro prezzo. Diventano agenti della complessità.
Il loro orientamento cambia. La ricerca di risorse esterne (che hanno deluso) si sposta verso la ricerca di risorse interne. La donna si riscopre nei suoi ritmi, nei suoi cicli, nelle sue competenze biologiche e globali.
Ma la sua voce fa difficoltà a farsi sentire. Solo chi ha scalato la montagna con le proprie forze conosce la soddisfazione che ne deriva. Chi sta alla base, preferisce la seggiovia.
La naturalità nella nascita risponde a un bisogno di autonomia e espressione individuale, al fascino di conoscerne il mistero, all’istinto biologico della procreazione, al desiderio di mettersi alla prova, all’amore per il bambino, alla ricerca di sé, della propria realizzazione, alla sicurezza istintiva, all’istinto di protezione.

Il senso di sicurezza
Dato che la maternità è un processo di grande apertura, quindi di grande vulnerabilità, pur nella sua forza, il bisogno di sicurezza per sé e per il bambino è prioritario. Infatti è quello che la donna di oggi chiede ed è quella a cui la tecnologia ostetrica risponde con la semplificazione. Addirittura il cesareo viene proposto come parto più sicuro, solo perché è la modalità più semplice per il medico. In realtà aumenta la possibilità di mortalità materna di quattro volte e mette il bambino a rischio per l’adattamento extrauterino.
Il senso di sicurezza dunque può trovare due vie di soddisfazione: una esterna, data da mezzi e persone esterne che richiede la delega, la consegna di sé e della propria pancia, del proprio bambino ad altri, e quella interna data da una buona conoscenza di sé, dall’ascolto, dalla sensibilità del corpo, dai messaggi intuitivi.
La prima è condivisa e rassicurante, visibile, la seconda è emarginata, più inquietante perché meno visibile e richiede un impegno personale.
Le due strade trovano anche modelli assistenziali e operatori distinti: nel percorso sostenuto con i mezzi esterni il medico specialista è referente primario, mentre nel percorso sostenuto con i mezzi interni, lo è l’ostetrica.
L’ostetricia tecnologica, che vuole mettere sotto controllo la natura, presieduta dal medico ostetrico porta alla dipendenza e alla subordinazione. L’ostetricia femminile, che si allea con la natura e mette la donna con le sue risorse e competenze al centro, porta all’empowerment.
La subordinazione crea una condizione ormonale nel corpo che produce stress. Lo stress riduce le capacità reattive e la salute nel complesso. Quindi costituisce un fattore di rischio.
La partecipazione attiva stimola le risorse sane e la salute nel suo complesso, quindi riduce i rischi e diventa strumento di sicurezza diretto.
Si può quindi concludere che la tecnologia ostetrica, applicata a tutte, aumenta il rischio della nascita e crea i suoi propri danni (Schmid 2002), mentre l’ostetricia rispettosa delle leggi della natura favorisce la salute e riduce i rischi.
Le tecnologie sviluppate per salvare i pochi, quando utilizzate per la maggioranza, creano la loro propria morbilità e mortalità.
Beverly Beech 2000
Lo dicono anche i numeri, le ricerche. Il modello di assistenza che produce i migliori esiti in salute per mamma e bambino è il modello della continuità dell’assistenza dalla gravidanza al parto ai primi mesi di vita uno a uno, da un’ostetrica alla donna (Hodnett 1995, 2001 2003, Wagner 2001).

Ma è sempre così?

Il ruolo della tecnologia
Quale può essere il ruolo della moderna tecnologia ostetrica in un percorso naturale come la nascita?
La tecnologia può salvare le vite, oppure, detto in modo meno onnipotente può sostenere la vita quando è in pericolo. Il taglio cesareo può essere un intervento estremamente prezioso, quando viene fatto su indicazioni specifiche. Non è dimostrata una reale utilità oltre il 7%. L’epidurale può proteggere alcune donne da un eccesso di trauma e dolore improduttivo, quando la loro “barca del travaglio” s’incaglia senza via d’uscita su uno scoglio. Le terapie antibiotiche possono guarire da infezioni pericolose, quando queste si manifestano.
Nella nascita si possono incontrare dei limiti, dati dalla condizione soggettiva o dall’ambiente poco congruo all’evento. Questi limiti dovrebbero essere rari, non dovrebbero superare la media del 10% delle donne. Per questa minoranza di donne, la tecnologia ostetrica ha sviluppato dei sostegni importanti.
Quando viene applicata a questo numero ridotto d donne con indicazioni specifiche, i risultati positivi superano i potenziali rischi degli interventi stessi.
Solo quando la tecnologia viene applicata a tutte indistintamente, i suoi rischi superano i benefici. Si parla infatti di uso appropriato della tecnologia ostetrica. Integrando l’uso appropriato all’approccio conservativo, rispettoso della soggettività di donna e bambino, allora si può avere il massimo di sicurezza possibile oggi per la nascita. A questo si aggiunge la disponibilità di spazi idonei per la nascita naturale con la possibilità di avere a disposizione anche i supporti tecnologici in caso di bisogno. L’OMS raccomanda per la nascita fisiologica il posto più decentrato possibile con il numero più basso degli operatori compatibili con un buon livello di assistenza. Esattamente l’incontrario delle politiche sanitarie attuali.
Ogni donna deve poter scegliere le modalità di assistenza e i luoghi per la nascita di suo figlio. L’ambito delle scelte dovrebbe essere ampliato proprio grazie alle tecnologie moderne, non ristretto come di fatto avviene.
Grazie ai mezzi tecnologici moderni una donna dovrebbe poter partorire con pari sicurezza in cima a una montagna, come dentro al mare.

Riferimenti bibliografici:
Beech B.(2000): Over – medicated and under-informed, AIMS Journal, vol.11, n. 4, winter 2000
Filippini N. M. (1992): Ostetricia naturale, ostetricia chirurgica: uno scontro di culture e di scuole nella Parigi di fine Settecento, in “Come sapere il parto” a cura di Marina Sbisà, Roenberg & Selliers, Torino
Hodnett ED, Gates S, Hofmeyr G J, Sakala C. (2003): Continuous support for women during childbirth (Cochrane Review). In: The Cochrane Library, Issue 3, 2003
Hodnett ED. (2001): Continuity of caregivers for care during pregnancy and childbirth (Cochrane Review) In: The Cochrane Library, Issue 3. Oxford: Update Software; 2001
Hodnett ED. (1995): Support from caregivers during childbirth, in Enkin et al, A guide to effective care in pregnancy and childbirth, Oxford University Press, Oxford
Hodnett ED, Osborn RW (1989): Effects of continuous intrapartum professional support on childbirth outcomes, Res Nurs health, vol. 12, 1989, pp 289 – 297
Odent M., (2006): L’osterico e l’agricoltore, Il Leone Verde ed. Torino
Schmid V. (2002): Il parto sicuro, in D&D n. 38: I rischi del parto tecnologico, settembre 2002, pp27 – 34
Schwarz C., Schuecking B. (2006), Obstetrical intervention rates and midwifery in Germany, University of Magdeburg and Osnabrueck, G, ECPM 2006
Wagner M. (2001): Fish can’t see water: the need to humanize birth, Int. Journal of Gynecology
and Obstetrics, vol 75, suppl. 1, nov. 2001, ppS25 – 37

*ostetrica, Scrittrice, docente internazionale, Direttrice della Scuola Elementale di Arte Ostetrica, Project leader del Centro Benessere Maternità

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LA NASCITA TRA TECNOLOGIA E NATURA

Strumenti visibili e invisibili

 

A cosa risponde la tecnologia                            A cosa risponde la naturalità

§ Controllo sull’evento                                       § Abbandono all’evento

§ Sicurezza esterna                                           § Sicurezza interiore, risorse endogene

§ Autorevolezza                                                § Autonomia

§ Rassicurazione, tranquillità, combatte             § Coinvolgimento e adattamento attivo alle

l’ansia                                                                  crisi del percorso

§ Appare obiettiva, razionale                              § Soggettiva

§ Copre                                                             § Scopre, fa emergere

§ Difende dalle nuove responsabilità                  § Comporta l’assunzione di responsabilità

§ È direttiva                                                      § Scelta informata

§ Difende dalle emozioni profonde                     § Lascia emergere le emozioni, profondo

.                                                                           sfogo liberatorio

§ Difende dalla contaminazione istintuale,         § Viscerale, istintuale, accende l’intuizione

sessuale

§ Rende pulito, asettico un evento viscerale       § Evento sessuale per la donna e la

.                                                                          coppia

.                                                                       § È contaminante (nel senso istintuale,

.                                                                         emozionale e sessuale)

§ E’ superficiale                                                § È profondo

§ Rende visibile, può essere indagato,               § Spesso invisibile, contiene il mistero,

dimostrato                                                           l’esperienza

§ Mette in soggezione                                       § Da confidenza e fiducia in sé

§ Risorsa esogena – crea dipendenza                § Risorse endogene – crea empowerment

§ Salva (sostiene) la vita                                  § Protegge e facilita la vita

§ Sostituisce la natura o la integra                    § Si allea con la natura

§ Risponde alla produzione                                § Soggettività dell’esperienza e

.                                                                         accettazione

§ Standardizza                                                  § Personalizza

§ È condivisa, coerente con i valori sociali di       § È marginale ed emarginata, temuta

maggioranza                                                         perché non codificabile

§ Si apprende attraverso la teoria                        § Si apprende attraverso l’esperienza

 

ASSISTENZA STANDARDIZZATA                         ASSISTENZA PERSONALIZZATA

L’arte di comunicare

IMG_2149Uno strumento importante nella borsa dell’ostetrica
Di Stephanie Bianco, ostetrica

La continuità dell’assistenza é un punto cardine di molteplici progetti assistenziali in Italia e all’estero. In questi progetti, l’ostetrica diventa la principale figura di riferimento perché capace di comprendere una situazione contestualizzandola e di fornire mezzi e strumenti alle coppie per risolvere problemi.
Non di rado infatti svolge funzione di mediators tra le diverse figure professionali e la donna stessa. Per questo motivo l’ostetrica deve possedere, accrescere, migliorare quelle che sono le sue competenze comunicative, dove per competenze intendiamo la conoscenza delle regole di un codice linguistico che si unisce alla capacità di usare tale linguaggio in maniera appropriata, in determinati contesti sociali e in stretta relazione ad altri codici comunicativi non verbali.
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